Per rimettere al loro posto mezzi e fini, evitando che si confondano goffamente [come raccontato in F.I.N.E. Realizza la tua visione]. Guai ad accontentarsi di interpretare liberamente qualsiasi sforzo, nel tentativo di costruirci attorno un possibile obiettivo di lungo periodo.
Per liberare tutto il potenziale inespresso dei gruppi. Ovvero per creare le condizioni affinché i team si attivino, agendo sulle leve della consapevolezza, della fiducia e del fare.
Perché emerga un'idea di futuro condivisa e sentita.
Per dimostrare l'efficacia di una visione chiara, audace e tutto quanto: svelate le reali priorità, ci si può dedicare al «gioco infinito» dello sviluppo di quegli assets intangibili che risulteranno cruciali per l'organizzazione.
Per far succedere le cose.
Per progettare ciò che normalmente non si progetta: il senso che le persone danno a quello che fanno insieme. Per insistere sulla loro capacità di capire dove stanno andando e, soprattutto, di avere qualche buona ragione per voler procedere fianco a fianco.
Perché l’esistenza è troppo breve, per permettersi il lusso di non goderne appieno [come raccontato in chebbellavita].
Il motivo è molto semplice: il «fare bene le cose» è veramente in grado di fare la differenza.
«Well done», dunque!
Certo, occorrono valori coerenti.
Per affiancare con entusiasmo le organizzazioni nel processo di identificazione, misurazione e sviluppo del loro patrimonio intangibile.
Per mettere in comunicazione questioni che spesso vengono tenute separate: pensiero e azione, ragione ed emozione, individuo e organizzazione, risultati e valori.
Per lavorare sulle cose che - in apparenza - non si possono ingegnerizzare.